Convinti che fosse un gioco a cui avremmo giocato poco

Da riascoltare anche nel caso in cui il fuoco avesse risparmiato le rispettive Millecento. La notte che le pantere…

(Giusto per dire, ma voi quella notte, voi c’eravate. E forse c’ero anch’io)

A Chi In Amor S’Invecchia Oltr’Ogni Pena

La grafia era bella e regolare. “Varii gli effetti son, ma la pazzia / è tutt’una però, che li fa uscire“. Chi l’aveva fatta ci aveva sicuramente perso il suo tempo, ma la scritta bianca sui mattoni oggi non si legge quasi più. Là dove la strada si piega tutt’attorno alla chiesa mezzo abbandonata, gli scarichi del traffico hanno annerito di fumo i versi sul muretto lungo e basso, quello con l’inferriata che allontana Portosalvo dal mare. Qualche parola ancora si vede, è vero, se uno guarda proprio bene. Il più, però, ormai lo fa la memoria.

Portosalvo

Ci passavo assai spesso di là, con il tram, quando mi spingevo per il centro. Quasi sempre ci andavo a studiare. Nella curva bisognava procedere piano, costeggiando la barriera di ferro e mattoni, e le parole mi scorrevano davanti senza fretta, come al rallentatore. “Gli è come una gran selva, ove la via / conviene a forza, a chi vi va fallire:“. E mentre il mezzo riacquistava poi velocità, c’era uno scatto. Pareva fatto apposta per quell’altra rima strana. “chi su, chi giù, chi qua, chi là travìa“.

PS3

Solo molto dopo riconobbi i versi. A quel tempo l’Ariosto non l’avevo ancora affrontato, pur se già vagheggiavo di donne, cavallier, arme, ed amori. Immaginai che li avesse scritti un innamorato deluso al quale latta, pennello e ispirazione poetica fossero in qualche modo riusciti ad imbrigliare la furia d’amore. Uno che credeva di convincere se stesso, così pensavo, che bisognasse cambiare strada, e lo voleva dire al mondo, in rima. “Per concludere in somma, io vi vo’ dire: / a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena, / si convengono i ceppi e la catena“.

E invece nemmeno lui ci credeva. Chi non si rassegna all’eclissi di una storia ​s’illude, invece, che i grandi amori ​non debbano finire mai. E succede così che certe frasi disperate – “Ti amerò per sempre”, “Nessuno potrà mai amarti come ti ho amato io”, “Un giorno capirai, e tornerai da me” – sembrano farsi di nuovo inconsapevoli della loro assurdità, del ridicolo senso di tragedia che accompagna la vana ambizione di assoluto.

Intento a dipingere sul muro i versi dell’ottava, indugiava su ogni lettera, come a sgranare di vernice i misteri dolorosi di un rosario profano. E me lo immaginavo così, curvo e inginocchiato davanti a quel suo muro del pianto.

InGinocchioDaTe

Sentivo i suoi pensieri. “Dovrai passare di qua. Lo vedrai che l’ho fatto per te”.
Le sue menzogne. “Capirai che anche per me è finita”.
Le sue illusioni. “E allora, disperata, tornerai. E io…”.

Ma sapevo che non avrebbe potuto terminare quella frase. Era troppo credere davvero a un colorato lieto fine.
“Zòccola!”, espettorava allora in uno sputo, e passava a un’altra lettera.

Chissà se c’è più tornato di là. A me oggi succede assai di rado, ma un giorno che ho realizzato che la scritta era svanita, non son riuscito a ricordare quando ci avessi fatto caso per l’ultima volta. E anche a lui, magari, sarà capitato così, di stupirsi allora per un dolore che non c’era più. Ma come, quando, perché? Era stato all’improvviso, o a poco a poco? Eppure, a guardar bene, non tutto è poi andato. Qualche parola sul muro ancora ancora si vede. Forse è “pena”, forse è “pazzia”.

Non ​credo che sia “amor”.

Furioso

[Roma, Gennaio 2014]

Era tanto buono

Ci sono cose che uno vorrebbe saper dire meglio, ma succede che alle volte le ha già dette assai meglio un altro.

(CONTINUA QUA)

Meglio allora un’onorevole citazione piuttosto che un modesto plagio*.

(* dice il saggio)

Delle Tre Cose Belle (Terza Parte)

«Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione…» (Anna Maria Ortese. L’Infanta sepolta. Milano: Adelphi Edizioni S.P.A., 1994. p. 17). Così scriveva molti anni dopo l’autrice de “Il Mare non Bagna Napoli”, libro del 1953 che sollevò sollevò ardenti polemiche tra gli intellettuali napoletani nei confronti della scrittrice soprattutto per l’ultimo racconto, II silenzio della ragione.

Ortese-Anna-Maria-jeune

Il mare non c’entra molto con tutto il resto (così come in “Cristo si è fermato a Eboli” non si racconta di Gesù), ma come parlare di Napoli senza accennarne?

«Napoli è una città viva e rovinata. Tutto è bello, orrendo e in disordine, niente funziona bene tranne il passato. Ma tutto è possibile. Gli esperimenti marini più importanti del Mediterraneo, le speculazioni più colossali e fasulle, le storie più incredibili e piacevoli, le persone più nobili e declassate, le cose più inutili e intelligenti si trovano qui. Con sfondo di sole e di mare.» (Stanislao Nievo)

Giuseppe-Marotta

Ma qual è davvero il mare di Napoli? Quello «esiguo e domestico di Santa Lucia, di Coroglio e di Posillipo. », come diceva Giuseppe Marotta? Quello « che consuma Castel dell’Ovo e il Palazzo Donn’Anna, bruca il muschio delle vecchie pietre, sente d’alga e di sale come nessun altro mare[?]»

MareNostrum

Sì, proprio quello che ti porti dentro anche quando te ne vai, e che ti sorprendi a pensare che ti manca.

Buona fine e buon inizio!

…e anche anno nuovo, vita nuova!

L’auspicio classico è che l’anno che viene sia migliore di quello che ci sta lasciando. Statisticamente insostenibile, anche nel medio periodo. Ma alla fine, perché no?

Fuochi (non necessariamente gli ultimi)

Una Cosa Che Devi Sapere

Il caffè sa di mozzicone, lo zucchero è aggrumito di stantio. Ci mastico sopra una cosa. Il crampo dello stomaco si acquieta, rassegnato. Come me, quando ancora penso a lei. Ogni giorno, sempre.

Ricordo il giorno che la vidi, fu un tutt’uno capirlo, saperlo. E’ lei. La voglia di esere una cosa sola, respirare attraverso la sua bocca. Il resto divenne poca cosa. A modo suo, credo mi abbia anche amato. “Solo tu lo puoi fare, da te solo lo voglio”. Una che ti dice così non ti ama, forse? L’ho guardata senza capire mentre piano, così come se nulla fosse, aggiungeva lieve: “Uccidimi”.

“Perché?”, “Non t’interessa”. “Come?”, “Lo saprai”. “Quando?”, “Presto. Ce la fai? Dimmelo”. Calo il capo. “Per averti, sì”. E l’ho avuta. Per come si possa mai avere una che vuole farla finita. Poi è scomparsa, ma un giorno, un biglietto, un posto, un ordine “Ora!”

La trovo là, dove vuole farsi trovare. Penso “il nostro posto”. No, non l’abbiamo mai avuto un posto davvero nostro, neppure una nostra canzone. Sarà “nostro” solo questo. Lei muore, io la uccido. Amore e morte. E’ pure banale, lo so. “Fallo, ora”, dice calma. E’ così bella. Non posso.

“Perché io?” Mi guarda senza emozione. Nemmeno delusa. Aspetta. Continuo, disperato. “Ti eccita tanto la morte? Allora uccidimi tu”. Allargo le braccia. Mi punta addosso una pistola, poi la gira verso di sé, ma esita. Le sono addosso. E’ violenta, disperata. Non la lascio, le torco il braccio fino a farla urlare, la sua mano si contrae, il dito cerca il grilletto, urla ancora, aspra, poi mi è sopra, la pistola tra i miei occhi. Scomposta, livida, quasi eccitata. Il sangue in circolo l’arrossa di rabbia. E d’imbarazzo, per la mano che trema.

La blocco, la incalzo, grido. “Mi ami?”. Insisto, più forte. “Mi ami?”. Poi, piano, la sua voce. “Sì” dice. Esita. “No, non so. Sì, sì, sì” Ancora una pausa. “Credo”. Si passa una mano tra i capelli. La stringo, mi stringe. Mi parla: “C’è una cosa che devi sapere” La faccio tacere. “No, non ora, no, domani”.

UCCDS

L’amore, il sonno, il sogno. Vedo un futuro assieme, una casa, un giardino, dei figli, un cane che scodinzola felice. E’ la prima volta.

Mi sveglio che è un altro giorno. Lei non c’è più. Ma era lì, ne sento l’odore nel letto, il calore che ancora lo impregna, essenza effimera, durerà poco. Al suo posto, invece, una disperazione sorda. L’ho persa, per sempre, quasi non ci fosse mai stata. Mi dimenticherà, come si fa con una cosa insignificante. Sento quell’angoscia che sul vuoto ti fa mancare l’aria. E che ti inebria. Sono libero? E’ questo che vuol dire? E a che serve?

All’improvviso, tutto è più chiaro. Come ho fatto a non capire prima? Ora per certo lo so, non posso vivere così. Ha vinto lei. Forse, magari, potrei ancora riuscire a non farmi travolgere dal suo gioco malato, e invece di nuovo la cerco. E la trovo. Non è più tempo di parole, di esitare, di volere un futuro diverso da quello che ho davanti. Ora ho fatto la mia scelta, e la sua.

La stringo. La bacio. La uccido.

[Strasburgo, Marzo 2010]

L’Albero della Vendetta

Me lo ricordo in bianco e nero. Un western di una volta, con un suo ritmo quasi austero, senza forzature, senza troppa violenza. C’erano i cavalli, gl’indiani, una donna, mi pare, e poi un albero che bruciava, verso la fine. Non credo di averlo davvero mai visto per intero. L’avevano dato in tv, una sera, vari anni fa.

Si era in visita a casa di parenti, una di quelle con il televisore sempre acceso pure se poi nessuno veramente lo guardava. Lo tenevano così per compagnia, magari, o per il telegiornale, ma senza farci assai attenzione. C’era gente che andava e veniva, tra una chiacchiera e l’altra, un nuovo giro di scopa, un’apparecchiata di tavola, un altro conoscente in visita, volete un caffè, un’orzata, un nocillo? Si coglieva appena un’eco lontana di quanto succedeva fuori. Una rapina, un attentato in una piazza, un fronte caldo, o forse era l’autunno, una carestia, poveri bambini, il festivàl, la squadra che aveva preso uno nuovo da fuori, e forse era la volta buona.

Monoscopio

Il patriarca di quella famiglia che tutti accoglieva, tra scampanellii e girandole di porte, il vecchio zio, raccontava alle volte di quando era stato volontario. C’era rimasto a lungo sotto le armi. Senza sparare neppure un colpo, ripeteva con orgoglio. L’avevano pure fatto prigioniero, ma poi era tornato, e nei giorni di confusa euforia della milionaria città del dopoguerra, si era fatto una fortuna. L’aveva persa, poi, con gli strozzini, ma alla fine, caparbio e spregiudicato, era riuscito a riacciuffarla, tenendosela stretta, questa volta, fino alla fine.

Si faticava ad immaginarselo magro, irrequieto e spavaldo come quel giovane impettito delle poche foto rimaste. Appesantito dagli anni e dal conforto della tavola, gli occhiali grossi, il tremito via via più incessante delle mani, egli lasciava però trapelare nelle cadenze di una voce profonda, fattasi grave e roca di fumo, quell’orgoglio assertivo e il vigore che ne avevano marcato la vita.

Veniva ora accudito da una ristretta corte di anziane amazzoni. La moglie, piccola, rotonda, instancabile, sempre di corsa dietro mille faccende, una cugina zitella, secca secca, buona, devota, una cognata sempre intenta a stirare che si diceva fosse stata lasciata dal marito, una mezza parente che si era sposata in tarda età. Un piccolo mondo attorno al quale si agitava una corte familiare in perenne, ciarliero, movimento.

Quando l’annunciatrice presentava alla tv il programma della sera, però, tutto si fermava di botto. E così fu anche quella volta. Trasmettiamo ora il film western “L’Albero della Vendetta”. Signore e signori, buona visione.

Il silenzio durò come sempre fino ai primi titoli di testa. Dev’essere un bel film, disse qualcuno. Era il segnale che concludeva il rito. Per indiani e cowboy non ci sarebbe stata allora che qualche occhiata distratta, poiché la casa aveva ricevuto il permesso di rimettersi in moto, le chiacchiere di riprendere, la cena di essere servita, la terra di girare. Del dramma sullo schermo si restava vagamente consapevoli, ma non indifferenti.

La cena era al termine, il film pure. Nel televisore apparve un albero in fiamme e ci fu, inatteso, un nuovo silenzio, grave, teso. Ci sembrò lunghissimo. La zia stette per un attimo immobile a guardare il fuoco bruciare. Poi illuminatasi all’improvviso, come di consapevolezza, disse:

“Eh…, l’albero della vendetta”

Tutti assentirono. E se ne compiacquero. Il mondo era finalmente in ordine. Anche quella serata aveva trovato un suo perché.

BurningTree

(L’albero della Vendetta è un film western del 1959, a colori, diretto da Budd Boetticher, con Randolph Scott, Pernell Roberts, Lee Van Cleef, Karen Steele e James Coburn. Il titolo originale è Ride Lonesome)

[Roma, Dicembre 2013]

In Guerra E In Amor (Per Tacer Della Rivoluzion)

Frida lo chiamava «Piochitas», «barbetta a punta».

Lo sedusse perché le piaceva la sua fama di eroe rivoluzionario e l’attraeva che fosse l’idolo politico del marito.

Il politico e rivoluzionario russo Leon Trotsky e sua moglie Natalia Sedova vengono accolti dalla pittrice Frida Kahlo al loro arrivo in Messico, il 24 gennaio 1937. Frida Kahlo nacque a Coyoacán, in Messico, il 6 luglio 1907. (OFF/AFP/Getty Images)

Leon Trotsky e la moglie Natalia Sedova accolti da Frida Kahlo al loro arrivo in Messico, il 24 gennaio 1937
(OFF/AFP/Getty Images)

Non ci sono regole assolute di condotta in pace come in guerra. Tutto dipende dalle circostanze.                                   [Lev Trotsky, La mia vita, 1930]

Una Storia Futile

Si guardavano così, ormai, soltanto da lontano, accontentandosi degli spiragli che qualche accenno casuale di un ignaro conoscente poteva ogni tanto dischiudere sulla vita dell’uno, o dell’altra. A quelle brevi e impreviste rivelazioni non davano mostra, in pubblico, che di distratta indifferenza.

Eppure, come l’erba selvatica compressa sotto i basoli che si ostina a sfuggirvi tra le crepe della pietra, così l’improvviso farsi strada tra il rumore indistinto delle chiacchiere di un nome, di un fatto, di un posto, li colpiva di un violento tuffo al cuore, di quelli senza pietà, che tolgono il respiro, proprio come in certi romanzetti cuore amore a poco prezzo. E tutto il tempo trascorso lontani, a volersi illudere che la tempesta fosse finalmente placata, tornava a sembrare perduto, senza senso, intollerabile.

Il tempo, quello che rende futile ogni cosa. L’amore, l’odio, l’indifferenza. Futile ciò che li aveva separati. Futile il modo in cui si erano di nuovo cercati, sfuggendosi, ambigui, dicendo che no, basta, non poteva continuare, non doveva, però mi manchi, però no. Futile l’essersi ancora persi.

Avevano scavato un mare tra di loro. E questo portava a riva detriti, qualche alga, un vetro luccicante. Le sue onde erano crespe e incerte, eppure ad esse alle volte affidavano anche messaggi in bottiglia, richiami oscuri per chiunque, non per loro.

O così speravano. Il grido che lascio alla corrente ti raggiungerà mai? Saprai capirlo? E ti dirà ciò che vorresti ti dicessi? Domande senza risposta, Perse nel suono della risacca.

Piaceva loro anche immaginare che un giorno si sarebbero incontrati per caso, all’improvviso, voltato l’angolo, di faccia, senza potersi evitare. Ciao, come stai, quanto tempo, ho pensato a te, lo sai? E poi?

E poi alle volte sospiravano, magari con un po’ di vergogna, ma poca poca, quasi niente, proprio come in quei romanzetti.

Lasciavano al fato di decidere per loro, non riuscendo a decidere per se stessi. E continuavano a guardarsi così, soltanto da lontano.

Message-in-a-Bottle

[Roma, Giugno 2013]

Amore a Pezzi

Tutto accadde su un vagone che portava a Frosinone.
Io lo so che son piacente e conquisto facilmente.

Lei lì tutta riccioluta se ne stava muta muta
con i suoi capelli d’oro a fumare una Marlboro.

Io di donne me ne intendo, e la guardo, dopo attendo,
finché lei disse “signore, vorrei far con lei l’amore”.

Io che m’ero profumato feci un po’ l’imbarazzato»
Poi con il mio moncherino, sul suo viso un buffettino.

Col mio arto ortopedico cominciai a farle il solletico
mentre il mio occhio di vetro la guardava sul di dietro.

Lei mi carezzò frenetica la parrucca mia sintetica
mentre io con la dentiera le strappai la giarrettiera.

La camicia le levai, con l’uncino la graffiai,
lei mi disse fai più piano mentre mi svitò la mano.

The Iron Man body partsSM

Prendo avvolta in un giornale la mia protesi sessuale
Me l’assesto poi con cura, me la lego alla cintura

Poiché siamo tra signori, non dirò i particolari
Ma fu bello sul vagone che portava a Frosinone

Poi fu un attimo un istante, mentre io con la mia amante
Conducevo con successo l’ortopedico mio amplesso

La mia mano fatta a uncino s’incagliò nel finestrino,
quindi il mio braccio di legno s’inceppò dentro a un congegno.

E così squillò l’allarme, corse subito un gendarme.
Mi trovarono svitato dall’ebbrezza del peccato

Mentre rimettevo via il mio cuore a batteria
Raccattando i miei polmoni di carburo e siliconi

E così mi han sequestrato tutto quanto l’apparato.
Ora sono in un’ampolla, son materia informe e molla.

Mentre quei riccioli d’oro stan fumando una Marlboro
Forse ancora nel vagone che va sempre a Frosinone (2 volte)

(Quel vagone per Frosinone, di Castellacci e Pingitore, interpretata da Pippo Franco)