Il Segno Dell’Arte

Era un artista. Un grande artista. Accettava come ineluttabile la venerazione del mondo.

Era il suo destino. E solo per soave convenzione accennava tutt’al più con la mano un vago schermirsi, come a dire “Signori, ma vi prego”, ogni volta che nel deliquio del mondo si giungeva a definirlo “un artista, immenso”.

Da quel realismo figurativo nel quale, pure, negli anni giovanili aveva naturalmente eccelso, il suo creare sulla tela si era via via sempre più rarefatto, nella ricerca di un’essenzialità che sola, nella sua visione poetica, poteva esprimere la pienezza dell’arte.

Il segno si era quindi fatto scrittura, sintesi mirabile, a detta di tutti, di tratto e forma nella quale l’essenza della composizione artistica diventava l’artista stesso. Il suo marchio eletto a Weltanschauung.

Che cos’era infatti l’arte se non il tocco lasciato dall’artista?  Un tocco capace di tramutare la realtà in arte e perciò – ecco l’illuminazione! – arte esso stesso, senza null’altro orpello. Il suo marchio a simboleggiare il superamento di ogni dialettica formale della creazione.

La sua firma si fece così contenuto unico e ossessivo di murales, miniature, tele d’ogni materia, forma e dimensione, oggetti quotidiani, materiale riciclato, pezzi unici o riprodotti quasi all’infinito. Fu quella firma a marcare con forza il passaggio di soglia fra un piano e l’altro dell’esistente, tra l’oscurità del consueto e l’abbagliante verità della rivelazione, tra quel che siamo e ciò che saremo destinati ad essere.

Una rivoluzione, disse la critica.

I galleristi, che ne avevano negli anni assecondato il successo, naturalmente se ne compiacquero.

E quella firma, dapprima elaborata, rotonda e sinuosa, si fece negli anni più rapida, nervosa, con picchi e asperità che poi lo scorrere del tempo avrebbe addolcito fino a sublimarla in una semplice linea, assai lunga per anni – “come la mia vita”, diceva – poi spezzata, le frequenti malattie, e poi ancora sempre più corta, uno sguardo lucido e spietato sul futuro.

Finché, nella sua ultima acclamata vernice, un grandioso e commosso tributo alla sua riconosciuta grandezza, il mondo aveva potuto ammirarne l’ultimo capolavoro, dal titolo di geniale e didascalica semplicità: “Punto”.

Quando il maestro ebbe coscienza di essere giunto alla fine del suo cammino terreno, sentì però che a coronarne il percorso mancava ancora quell’ultima opera che avrebbe concluso idealmente il suo ciclo, tramandandone l’immortalità. Era inquieto per questo, temeva di non farcela in tempo.

Accanto al letto nel quale ormai giaceva aveva quindi voluto una tela, bianca, per fissarvi la sua finale epifania. E quando sentì la vita sfuggirgli, vide finalmente in un lampo ciò che di lui sarebbe rimasto. Tutto ciò che era stato.

Riuscì a sfiorare la tela vuota con le dita, era perfetta così. Il titolo, come una preghiera che sarebbe rimasta inascoltata, lo lasciò in un sussurro ai discepoli, riuniti lì, al suo capezzale:

“A capo”

 

[Roma, Agosto 2012]

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