Ragazzo, Spazzola!

Se vogliamo parlare di barbieri, quelli anziani, devo dire, li ho sempre preferiti. Sarà che il vecchio maestro di forbici è in genere più cortese del giovane, formatosi com’è ad una diversa scuola di educazione e di rispetto per il cliente, ed avendo assimilato in pieno quella cordialità di un tempo, mai servile, ma bonariamente ossequiosa.

Ne ricordo assai bene tra i tanti, un po’ curvo e assai gentile, uno a due passi da casa. Da piccolo mi faceva sedere sul seggiolone a forma di cavalluccio e, bontà sua, mai mancava di dire a mia madre “ma che bellu piccirillo”, riempendo allora d’orgoglio me, e la giovane mamma.

Ne conobbi poi una coppia. Due garbati gentiluomini i quali, dopo oltre trent’anni di lavoro in comune, e ormai alla vigilia della pensione, continuavano a darsi del “voi”. Un voi caloroso e carico di premura, non freddo e altezzoso come il lei di chi ci ignora, o l’ipocrita tu dello sconosciuto in vena di intimità senza radice.

Ho frequentato anche dei barbieri più giovani. Brava gente, per carità, ma non ho resistito a lungo. Mi mancava quell’atmosfera vissuta del vecchio “salone”, il familiare pettegolìo dai toni lievi, le “reclame” inneggianti a lozioni ormai fuori produzione ed a brillantine tornate più recentemente di moda.

E poi c’è il mio nuovo barbiere. Si tratta, naturalmente, di un vecchio barbiere, più vicino ai novanta che agli ottanta, gagliardo, lucido e sempre aggiornato delle cose del mondo, appassionato del bel canto e delle prime all’opera. Il suo ragazzo di bottega di anni ne ha una settantina e, anche se non ha fatto una sfolgorante carriera, può vantarsi di essere il “primo aiuto barbiere” del negozio. Un secondo, purtroppo, mai c`è stato, e mai ci sarà.

Alle pareti è esibita qualche cartolina non eccessivamente esotica, Vienna, Venezia, Parigi, a testimonianza dell’affetto di un parente, amico o cliente in viaggio di piacere. Da alcuni anni, con un pizzico di affettuosa perfidia, mi diverto a spedirgliene, o a fargliene spedire, dai posti più lontani del mondo, firmandole con nomi di fantasia ed alludendo a chissà quali rapporti di matura consuetudine.

Immagino che si lambicchi il cervello chiedendosi chi mai possa scrivergli da Wellington, Makhachkala o dall’Isola Ferdinanda, ma immagino anche che lo lusinghi non poco ricevere certe misteriose e lontane vedute.

Ogni volta che arriva una nuova cartolina, essa viene sistemata per alcuni giorni in posizione strategica, vicino alla cassa, nella vana speranza che l’ignoto mittente si smascheri da solo lasciandosi scappare un “Ah, vi è arrivata!”

Assisto muto a queste manovre, continuando un gioco di riti uguali e immutabili come quello che consiste nel chiedermi se desidero un taglio alla Umberto a o alla Mascagni e che culmina nell’accordo sul solito taglio corto che faccio da anni. Pago lasciando una mancia alla quale segue, come sempre, “ragazzo, ringrazia il dottore” e l’augurio di rivedersi presto.

[Napoli, 1988]

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