Monthly Archives: November 2012

Risvegli

La strada era bagnata, lucida e deserta …

E’ piovuto per tutta la notte. Mi sono rasato meccanicamente, quasi senza guardarmi. Il vestito, un po’ più comodo, mi strappa un’increspatura sul labbro, quasi un mezzo sorriso. “Ho perso ancora peso”, penso.

La strada era bagnata, lucida e deserta. All’ultima curva, nervosamente, ho accelerato, senza un vero perché, e in quel momento la macchina si è animata di vita propria. Ha preso a danzare sull’asfalto impregnato di pioggia, volteggiando su se stessa. Solo un’altra auto per la via, dall’opposta direzione, veloce. Mi ha appena sfiorato, senza fermarsi, suonando a lungo, stridula. La mia macchina si è finalmente ammansita, accettando che ne riprendessi il controllo. Il battito si è acquetato, la strada si è fermata, ho ripreso il cammino.

In ufficio, i rumori danno corpo ad una lontana inquietudine. Una barca che dalla finestra vedo, in lontananza, lascia una scia di spuma bianca. E’ lunedì.

Questa funzione non è abilitata …

La città si sveglia quasi controvoglia, mentre sgranano i riti mattutini, torpidi. Guido piano, con rassegnata cautela, centellinando la strada.

Fatico, sbuffo, sudo, mi fermo, riprendo, conto. Uno, due, tre, quattro, cinque, fino a venti. Prendo fiato, ricomincio a contare, sudo, mi tendo, sbuffo, fatico, fletto i muscoli, li rilasso, maledico sommessamente, ma implacabilmente, gli anni che scappano, l’afrore acre della palestra, la scarpa di nuovo slacciata. Diciannove … Venti! Fuori!

Seduto, svuotato, stanco. Lo schermo mi fissa muto, i tasti battono da soli. Ding. Questa funzione non è abilitata. Un’immagine giunta di lontano mi fa ridere prima un po’, poi di più. Infine la cancello. Che c’era da ridere?

Fuori, più giù, si allontana un traghetto. Un altro arriva con un fischio di saluto. Giro pagina. Martedì.

Il minuscolo fortino sullo scoglio …

La mano tenta di abbrancare la cornetta per soffocarne il gracchiare. Dall’altro lato il vuoto o, forse, un lontano crepitìo. Click. Nessuno. Il silenzio lontano mi dà una strana euforia. Non piove più. Il mare è addolcito

Una cravatta appena un po’ chiassosa completa un sorriso sfuggito dall’abito scuro, a righe, di linea morbida, consapevolmente démodé, come certi accenti distratti. Il nodo stringe senza intenzione. Le stecchette nel colletto ne costringono giù le punte. Compiacimento.

Il cancello urta sul battente. La sua eco metallica saluta cordiale. Risvegliandosi, il motore si affanna a rispondere al saluto con analoga cordialità. Freccia a destra, via.

Il ponte a quest’ora ancora non geme sotto il peso delle masse, gli acceleratori gridano, il vento frusta i parabrezza. Freno. Casello. Città.

Nell’ascensore, ancora una carezza al nodo, senza darlo a vedere. Bene così. Perfetto. E’ intonato al grigio sbarazzino dei capelli. Sorrido ancora. Consapevole. Senza saper bene di che.

In ufficio non mi rifugio subito in poltrona; mi avvicino invece alla vetrata. Non lo faccio mai. Il minuscolo fortino sullo scoglio non si è mosso di là, indifferente, non si ritrae alle onde. Un barcone ne lambisce un fianco. Già mercoledì.

Due gocce di profumo da donna. Questo sì …

Bi bi bi bi bip. Bi bi bi bi bip. 04.35. Ripeti? Pigio il tasto “sì” e provo a concedermi altri 5 minuti di sonno. Dopo 4, in realtà, sono già in piedi. Dormo poco, male, solo. E’ buio, ancora. E’ diluviato per tutta la notte. Ora pioviggina. Ho sognato dei serpenti. Non so che voglia dire.

Un volto, una frase, un gesto, un sorriso. Chiudo gli occhi, li riapro. Scaccio il ricordo, si va avanti. L’acqua di colonia ha etichetta d’altri tempi. Lo so che la palestra ne corromperà l’aroma. Mi ci accarezzo ugualmente. Più che un vezzo, un’abitudine. Fazzoletto pulito. Due gocce di profumo da donna. Questo sì, un vezzo.

Lento il tragitto dall’uscio all’auto. Indugio, offrendomi alle goccioline. Mi bagno, mi piace, mi scuote. Portiera, chiave, cintura, marcia, freccia, strada. Arrivato.

Subisco il mantra “auariùtudei” di quelli delle pulizie. Sto bene, mento, ma dimentico sempre di dire “endiù?”. Corsa, pesi, stretch, sudore, altra doccia. Ascensore. Non arriva. Plin plon, goinàp. Le porte si aprono e si chiudono. Poi si riaprono. Sono qua.

Striscio la carta. Sssshù. Tack. La porta si sblocca. Entro. Codice, luce, corridoio, Ufficio. E’ il mio posto qui? Mi giro intorno, faccio fatica a ricordare un luogo conosciuto. Al di là della finestra, il mare, l’oceano. Oggi senza navi. I bastimenti non partono più. Oggi? Giovedì.

Nessuno che mi possa sentire. Tantomeno quelli …

Alla radio mi sveglia una vecchia canzone “Apro gli occhi e ti penso …” Accidenti, che occhiaie “… ed ho in mente te …” Eppure non sono andato a letto tardi, anzi. “… Io cammino per le strade … ” Mi sa che dovrei riguardarmi di più “… ed ho in mente te, ed ho in mente te”.

Lo specchio del bagno è cattivo, così a distanza ravvicinata. Sarà anche per questo che radersi è un tormento. Le sopracciglia arruffate forse tradiscono confusioni più profonde dell’anima. Meglio senza occhiali; la realtà si fa più morbida. Se solo alla radio non urlassero “… Ogni mattina, uoh, oh,/ed ogni sera uoh, oh,/ed ogni notte te …”. Camicia, cravatta, bretelle. Tutto in tono, apparentemente. “… Io lavoro più forte,/ma ho in mente te,/ma ho in mente te …”. Giacca, pantaloni, scarpe. Sì, può andare. “… Ogni mattina, uoh, oh,/ed ogni sera uoh, oh,/ed ogni notte te …”. E’ patetico, dico stizzito, e a voce troppo alta. Nessuno che mi possa sentire. Tantomeno quelli che strillano dall’altra parte della radio. Che pretendo? Non mi do ascolto neppure io.

“… Cos’ho nella testa,/cos’ho nelle scarpe, no, non so cos’è …” Non finisce mai, accidenti, pure in autoradio. Non dovevano esserci le news? “… Ho voglia di andare uoh, oh,/di andarmene via uoh, oh/Non voglio pensare ma poi ti penso …” Patetici. Andate a lavorare. Ora spengo. Ma no, è quasi finita. “… Apro gli occhi e ti penso/ed ho in mente te, ed ho in mente te …” Basta, inizia il giornale radio.

Troppo tardi. Si è incastrata dentro, e non mi riesce più di farla andare via. E canticchio, senza sosta, ossessivamente, “ed”, ai pesi “ho”, in ascensore “in”, in ufficio “mente”, alla finestra “te”.

Al di là del vetro, acqua dappertutto. Finalmente venerdì “uoh, oh”.

La macchina lo sente, potrebbe approfittarne, ribellarsi …

Sveglia all’alba, pure oggi. Niente rasoio, crema, pennello. Consueta toletta accurata, jeans, camicia a quadrettoni, gilettino, polacchine. Che carino … Il velo di barba dà quel tocco di vissuto, un che di tenebroso, potrebbe pure piacere. Non piove più. Quanto sole sprecato.

Sosta in città, per far salire un compagno d’avventure, riparto.Ciclisti in branco sulla strada, tocca a loro faticare, ora. Tutine aderenti e colorate, glutei in bella vista, polpacci così, me li lascio nella scia, commiserando. Sosta all’area di servizio, subisco la ciambella al cioccolato rancido, il té di busta con latte sintetico. Lo sapevo. Ci vengo lo stesso. Sono pur sempre riti, da rispettare. L’altro fuma, parla, non ascolto.

Ispezione. Bulloni, circuiti, fasce, carburante, eliche, comandi. Bene. Distacco da terra. Ebbrezza. Apprensione, appena appena. La macchina lo sente, potrebbe approfittarne, ribellarsi, quasi ci riesce. Poi la bolla risale, io dentro, il mondo fuori, lontano, impalpabile, dimenticato. Quando poi tocca scendere. Altro giro, altra corsa. Ritorno in città, “alla prossima”, “ciao”, “ciao”. Solo. Di nuovo.

Passo in ufficio, così, per vedere la posta. Lo schermo rimane vuoto. Qualche nuvola in cielo, traghetti gialli e verdi in acqua, io a terra. Non passa mai, il sabato.

Oggi non mi sveglio …

Oggi non mi sveglio. Attenderò che si consumi, in silenzio, quest’altra domenica.

[Sydney, 2006]

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Abu Dhabi

Capitale degli Emirati Arabi Uniti, oltre che dell’Emirato omonimo, Abu Dhabi era dedita, fino alla metà del XX secolo, quasi interamente all’allevamento di dromedari, alla produzione di datteri e verdure, alla pesca ed alla ricerca delle perle nella costa. Le case erano fatte di foglie di palma, tranne quelle dei più benestanti i quali vivevano in capanne di fango.

La prima concessione petrolifera fu rilasciata nrel 1939, ma il primo rinvenimento di petrolio data al 1958. Oggi Abu Dhabi, grazie al petrolio, è probabilmente la città più ricca del pianeta.

Urbanisticamente discontinua con circa 150 moschee, strade ampie, larghi spazi vuoti alternati ad aree più popolate, torri di 60 metri e case basse, si affaccia su un bel lungomare, la Corniche, che segue la linea costiera con parchi pubblici, vegetazione e belle fontane.

L’emirato comprende oltre 200 isole. Quasi il 70% del suo territorio è desertico. L’80 % circa della popolazione è composto da espatriati di tutto il mondo e da forza lavoro di provenienza principalmente asiatica e mediorientale.

Devozioni

Ogni anno, il due novembre, c’è l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza;
ognuno adda tene’ chistu penziero.

Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.

St’anno m’é capitata ‘n’avventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!) si ce penzo, che paura!
ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto, statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del ’31”.

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e ‘stu signore
nce stava ‘n’ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe’ segno, sulamente ‘na crucella.

E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola, che ppena me faceva
‘stu muorto senza manco ‘nu lumino!

Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo ‘stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’ ‘rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura… nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto, che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato… dormo, o è fantasia?

Ate che fantasia; era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo, ‘a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu’ ‘na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
‘o muorto puveriello…’o scupatore.
‘Into a ‘stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo… calmo calmo,
dicette a don Gennaro: “Giovanotto!

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente”.

“Signor Marchese, nun è colpa mia,
i’ nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo, obbj’… ‘nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti, o turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé… piglia ‘sta violenza…
‘A verità, Marche’, mme so’ scucciato
‘e te senti’, e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so’ mazzate!…

Ma chi te cride d’essere… nu ddio?
Ccà dinto, ‘o vvuo capi’, ca simmo eguale?…
…Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘n ato è tale e qquale”.

“Lurido porco!… Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

“Tu qua’ Natale… Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo… ‘int ‘a cervella
che staje malato ancora È fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched’è?… è ‘na livella.

‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno ‘stu canciello ha fatto ‘o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’è fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti… nun fa’ ‘o restivo,
suppuorteme vicino – che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo a’ morte!”.

[Antonio de Curtis, ‘A livella (1953/64)]

Napoli – Nuovo cimitero di Poggioreale. 1860