L’Albero della Vendetta

Me lo ricordo in bianco e nero. Un western di una volta, con un suo ritmo quasi austero, senza forzature, senza troppa violenza. C’erano i cavalli, gl’indiani, una donna, mi pare, e poi un albero che bruciava, verso la fine. Non credo di averlo davvero mai visto per intero. L’avevano dato in tv, una sera, vari anni fa.

Si era in visita a casa di parenti, una di quelle con il televisore sempre acceso pure se poi nessuno veramente lo guardava. Lo tenevano così per compagnia, magari, o per il telegiornale, ma senza farci assai attenzione. C’era gente che andava e veniva, tra una chiacchiera e l’altra, un nuovo giro di scopa, un’apparecchiata di tavola, un altro conoscente in visita, volete un caffè, un’orzata, un nocillo? Si coglieva appena un’eco lontana di quanto succedeva fuori. Una rapina, un attentato in una piazza, un fronte caldo, o forse era l’autunno, una carestia, poveri bambini, il festivàl, la squadra che aveva preso uno nuovo da fuori, e forse era la volta buona.

Monoscopio

Il patriarca di quella famiglia che tutti accoglieva, tra scampanellii e girandole di porte, il vecchio zio, raccontava alle volte di quando era stato volontario. C’era rimasto a lungo sotto le armi. Senza sparare neppure un colpo, ripeteva con orgoglio. L’avevano pure fatto prigioniero, ma poi era tornato, e nei giorni di confusa euforia della milionaria città del dopoguerra, si era fatto una fortuna. L’aveva persa, poi, con gli strozzini, ma alla fine, caparbio e spregiudicato, era riuscito a riacciuffarla, tenendosela stretta, questa volta, fino alla fine.

Si faticava ad immaginarselo magro, irrequieto e spavaldo come quel giovane impettito delle poche foto rimaste. Appesantito dagli anni e dal conforto della tavola, gli occhiali grossi, il tremito via via più incessante delle mani, egli lasciava però trapelare nelle cadenze di una voce profonda, fattasi grave e roca di fumo, quell’orgoglio assertivo e il vigore che ne avevano marcato la vita.

Veniva ora accudito da una ristretta corte di anziane amazzoni. La moglie, piccola, rotonda, instancabile, sempre di corsa dietro mille faccende, una cugina zitella, secca secca, buona, devota, una cognata sempre intenta a stirare che si diceva fosse stata lasciata dal marito, una mezza parente che si era sposata in tarda età. Un piccolo mondo attorno al quale si agitava una corte familiare in perenne, ciarliero, movimento.

Quando l’annunciatrice presentava alla tv il programma della sera, però, tutto si fermava di botto. E così fu anche quella volta. Trasmettiamo ora il film western “L’Albero della Vendetta”. Signore e signori, buona visione.

Il silenzio durò come sempre fino ai primi titoli di testa. Dev’essere un bel film, disse qualcuno. Era il segnale che concludeva il rito. Per indiani e cowboy non ci sarebbe stata allora che qualche occhiata distratta, poiché la casa aveva ricevuto il permesso di rimettersi in moto, le chiacchiere di riprendere, la cena di essere servita, la terra di girare. Del dramma sullo schermo si restava vagamente consapevoli, ma non indifferenti.

La cena era al termine, il film pure. Nel televisore apparve un albero in fiamme e ci fu, inatteso, un nuovo silenzio, grave, teso. Ci sembrò lunghissimo. La zia stette per un attimo immobile a guardare il fuoco bruciare. Poi illuminatasi all’improvviso, come di consapevolezza, disse:

“Eh…, l’albero della vendetta”

Tutti assentirono. E se ne compiacquero. Il mondo era finalmente in ordine. Anche quella serata aveva trovato un suo perché.

BurningTree

(L’albero della Vendetta è un film western del 1959, a colori, diretto da Budd Boetticher, con Randolph Scott, Pernell Roberts, Lee Van Cleef, Karen Steele e James Coburn. Il titolo originale è Ride Lonesome)

[Roma, Dicembre 2013]

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