Una Cosa Che Devi Sapere

Il caffè sa di mozzicone, lo zucchero è aggrumito di stantio. Ci mastico sopra una cosa. Il crampo dello stomaco si acquieta, rassegnato. Come me, quando ancora penso a lei. Ogni giorno, sempre.

Ricordo il giorno che la vidi, fu un tutt’uno capirlo, saperlo. E’ lei. La voglia di esere una cosa sola, respirare attraverso la sua bocca. Il resto divenne poca cosa. A modo suo, credo mi abbia anche amato. “Solo tu lo puoi fare, da te solo lo voglio”. Una che ti dice così non ti ama, forse? L’ho guardata senza capire mentre piano, così come se nulla fosse, aggiungeva lieve: “Uccidimi”.

“Perché?”, “Non t’interessa”. “Come?”, “Lo saprai”. “Quando?”, “Presto. Ce la fai? Dimmelo”. Calo il capo. “Per averti, sì”. E l’ho avuta. Per come si possa mai avere una che vuole farla finita. Poi è scomparsa, ma un giorno, un biglietto, un posto, un ordine “Ora!”

La trovo là, dove vuole farsi trovare. Penso “il nostro posto”. No, non l’abbiamo mai avuto un posto davvero nostro, neppure una nostra canzone. Sarà “nostro” solo questo. Lei muore, io la uccido. Amore e morte. E’ pure banale, lo so. “Fallo, ora”, dice calma. E’ così bella. Non posso.

“Perché io?” Mi guarda senza emozione. Nemmeno delusa. Aspetta. Continuo, disperato. “Ti eccita tanto la morte? Allora uccidimi tu”. Allargo le braccia. Mi punta addosso una pistola, poi la gira verso di sé, ma esita. Le sono addosso. E’ violenta, disperata. Non la lascio, le torco il braccio fino a farla urlare, la sua mano si contrae, il dito cerca il grilletto, urla ancora, aspra, poi mi è sopra, la pistola tra i miei occhi. Scomposta, livida, quasi eccitata. Il sangue in circolo l’arrossa di rabbia. E d’imbarazzo, per la mano che trema.

La blocco, la incalzo, grido. “Mi ami?”. Insisto, più forte. “Mi ami?”. Poi, piano, la sua voce. “Sì” dice. Esita. “No, non so. Sì, sì, sì” Ancora una pausa. “Credo”. Si passa una mano tra i capelli. La stringo, mi stringe. Mi parla: “C’è una cosa che devi sapere” La faccio tacere. “No, non ora, no, domani”.

UCCDS

L’amore, il sonno, il sogno. Vedo un futuro assieme, una casa, un giardino, dei figli, un cane che scodinzola felice. E’ la prima volta.

Mi sveglio che è un altro giorno. Lei non c’è più. Ma era lì, ne sento l’odore nel letto, il calore che ancora lo impregna, essenza effimera, durerà poco. Al suo posto, invece, una disperazione sorda. L’ho persa, per sempre, quasi non ci fosse mai stata. Mi dimenticherà, come si fa con una cosa insignificante. Sento quell’angoscia che sul vuoto ti fa mancare l’aria. E che ti inebria. Sono libero? E’ questo che vuol dire? E a che serve?

All’improvviso, tutto è più chiaro. Come ho fatto a non capire prima? Ora per certo lo so, non posso vivere così. Ha vinto lei. Forse, magari, potrei ancora riuscire a non farmi travolgere dal suo gioco malato, e invece di nuovo la cerco. E la trovo. Non è più tempo di parole, di esitare, di volere un futuro diverso da quello che ho davanti. Ora ho fatto la mia scelta, e la sua.

La stringo. La bacio. La uccido.

[Strasburgo, Marzo 2010]

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