Monthly Archives: January 2014

Convinti che fosse un gioco a cui avremmo giocato poco

Da riascoltare anche nel caso in cui il fuoco avesse risparmiato le rispettive Millecento. La notte che le pantere…

(Giusto per dire, ma voi quella notte, voi c’eravate. E forse c’ero anch’io)

A Chi In Amor S’Invecchia Oltr’Ogni Pena

La grafia era bella e regolare. “Varii gli effetti son, ma la pazzia / è tutt’una però, che li fa uscire“. Chi l’aveva fatta ci aveva sicuramente perso il suo tempo, ma la scritta bianca sui mattoni oggi non si legge quasi più. Là dove la strada si piega tutt’attorno alla chiesa mezzo abbandonata, gli scarichi del traffico hanno annerito di fumo i versi sul muretto lungo e basso, quello con l’inferriata che allontana Portosalvo dal mare. Qualche parola ancora si vede, è vero, se uno guarda proprio bene. Il più, però, ormai lo fa la memoria.

Portosalvo

Ci passavo assai spesso di là, con il tram, quando mi spingevo per il centro. Quasi sempre ci andavo a studiare. Nella curva bisognava procedere piano, costeggiando la barriera di ferro e mattoni, e le parole mi scorrevano davanti senza fretta, come al rallentatore. “Gli è come una gran selva, ove la via / conviene a forza, a chi vi va fallire:“. E mentre il mezzo riacquistava poi velocità, c’era uno scatto. Pareva fatto apposta per quell’altra rima strana. “chi su, chi giù, chi qua, chi là travìa“.

PS3

Solo molto dopo riconobbi i versi. A quel tempo l’Ariosto non l’avevo ancora affrontato, pur se già vagheggiavo di donne, cavallier, arme, ed amori. Immaginai che li avesse scritti un innamorato deluso al quale latta, pennello e ispirazione poetica fossero in qualche modo riusciti ad imbrigliare la furia d’amore. Uno che credeva di convincere se stesso, così pensavo, che bisognasse cambiare strada, e lo voleva dire al mondo, in rima. “Per concludere in somma, io vi vo’ dire: / a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena, / si convengono i ceppi e la catena“.

E invece nemmeno lui ci credeva. Chi non si rassegna all’eclissi di una storia ​s’illude, invece, che i grandi amori ​non debbano finire mai. E succede così che certe frasi disperate – “Ti amerò per sempre”, “Nessuno potrà mai amarti come ti ho amato io”, “Un giorno capirai, e tornerai da me” – sembrano farsi di nuovo inconsapevoli della loro assurdità, del ridicolo senso di tragedia che accompagna la vana ambizione di assoluto.

Intento a dipingere sul muro i versi dell’ottava, indugiava su ogni lettera, come a sgranare di vernice i misteri dolorosi di un rosario profano. E me lo immaginavo così, curvo e inginocchiato davanti a quel suo muro del pianto.

InGinocchioDaTe

Sentivo i suoi pensieri. “Dovrai passare di qua. Lo vedrai che l’ho fatto per te”.
Le sue menzogne. “Capirai che anche per me è finita”.
Le sue illusioni. “E allora, disperata, tornerai. E io…”.

Ma sapevo che non avrebbe potuto terminare quella frase. Era troppo credere davvero a un colorato lieto fine.
“Zòccola!”, espettorava allora in uno sputo, e passava a un’altra lettera.

Chissà se c’è più tornato di là. A me oggi succede assai di rado, ma un giorno che ho realizzato che la scritta era svanita, non son riuscito a ricordare quando ci avessi fatto caso per l’ultima volta. E anche a lui, magari, sarà capitato così, di stupirsi allora per un dolore che non c’era più. Ma come, quando, perché? Era stato all’improvviso, o a poco a poco? Eppure, a guardar bene, non tutto è poi andato. Qualche parola sul muro ancora ancora si vede. Forse è “pena”, forse è “pazzia”.

Non ​credo che sia “amor”.

Furioso

[Roma, Gennaio 2014]

Era tanto buono

Ci sono cose che uno vorrebbe saper dire meglio, ma succede che alle volte le ha già dette assai meglio un altro.

(CONTINUA QUA)

Meglio allora un’onorevole citazione piuttosto che un modesto plagio*.

(* dice il saggio)

Delle Tre Cose Belle (Terza Parte)

«Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione…» (Anna Maria Ortese. L’Infanta sepolta. Milano: Adelphi Edizioni S.P.A., 1994. p. 17). Così scriveva molti anni dopo l’autrice de “Il Mare non Bagna Napoli”, libro del 1953 che sollevò sollevò ardenti polemiche tra gli intellettuali napoletani nei confronti della scrittrice soprattutto per l’ultimo racconto, II silenzio della ragione.

Ortese-Anna-Maria-jeune

Il mare non c’entra molto con tutto il resto (così come in “Cristo si è fermato a Eboli” non si racconta di Gesù), ma come parlare di Napoli senza accennarne?

«Napoli è una città viva e rovinata. Tutto è bello, orrendo e in disordine, niente funziona bene tranne il passato. Ma tutto è possibile. Gli esperimenti marini più importanti del Mediterraneo, le speculazioni più colossali e fasulle, le storie più incredibili e piacevoli, le persone più nobili e declassate, le cose più inutili e intelligenti si trovano qui. Con sfondo di sole e di mare.» (Stanislao Nievo)

Giuseppe-Marotta

Ma qual è davvero il mare di Napoli? Quello «esiguo e domestico di Santa Lucia, di Coroglio e di Posillipo. », come diceva Giuseppe Marotta? Quello « che consuma Castel dell’Ovo e il Palazzo Donn’Anna, bruca il muschio delle vecchie pietre, sente d’alga e di sale come nessun altro mare[?]»

MareNostrum

Sì, proprio quello che ti porti dentro anche quando te ne vai, e che ti sorprendi a pensare che ti manca.