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A Chi In Amor S’Invecchia Oltr’Ogni Pena

La grafia era bella e regolare. “Varii gli effetti son, ma la pazzia / è tutt’una però, che li fa uscire“. Chi l’aveva fatta ci aveva sicuramente perso il suo tempo, ma la scritta bianca sui mattoni oggi non si legge quasi più. Là dove la strada si piega tutt’attorno alla chiesa mezzo abbandonata, gli scarichi del traffico hanno annerito di fumo i versi sul muretto lungo e basso, quello con l’inferriata che allontana Portosalvo dal mare. Qualche parola ancora si vede, è vero, se uno guarda proprio bene. Il più, però, ormai lo fa la memoria.

Portosalvo

Ci passavo assai spesso di là, con il tram, quando mi spingevo per il centro. Quasi sempre ci andavo a studiare. Nella curva bisognava procedere piano, costeggiando la barriera di ferro e mattoni, e le parole mi scorrevano davanti senza fretta, come al rallentatore. “Gli è come una gran selva, ove la via / conviene a forza, a chi vi va fallire:“. E mentre il mezzo riacquistava poi velocità, c’era uno scatto. Pareva fatto apposta per quell’altra rima strana. “chi su, chi giù, chi qua, chi là travìa“.

PS3

Solo molto dopo riconobbi i versi. A quel tempo l’Ariosto non l’avevo ancora affrontato, pur se già vagheggiavo di donne, cavallier, arme, ed amori. Immaginai che li avesse scritti un innamorato deluso al quale latta, pennello e ispirazione poetica fossero in qualche modo riusciti ad imbrigliare la furia d’amore. Uno che credeva di convincere se stesso, così pensavo, che bisognasse cambiare strada, e lo voleva dire al mondo, in rima. “Per concludere in somma, io vi vo’ dire: / a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena, / si convengono i ceppi e la catena“.

E invece nemmeno lui ci credeva. Chi non si rassegna all’eclissi di una storia ​s’illude, invece, che i grandi amori ​non debbano finire mai. E succede così che certe frasi disperate – “Ti amerò per sempre”, “Nessuno potrà mai amarti come ti ho amato io”, “Un giorno capirai, e tornerai da me” – sembrano farsi di nuovo inconsapevoli della loro assurdità, del ridicolo senso di tragedia che accompagna la vana ambizione di assoluto.

Intento a dipingere sul muro i versi dell’ottava, indugiava su ogni lettera, come a sgranare di vernice i misteri dolorosi di un rosario profano. E me lo immaginavo così, curvo e inginocchiato davanti a quel suo muro del pianto.

InGinocchioDaTe

Sentivo i suoi pensieri. “Dovrai passare di qua. Lo vedrai che l’ho fatto per te”.
Le sue menzogne. “Capirai che anche per me è finita”.
Le sue illusioni. “E allora, disperata, tornerai. E io…”.

Ma sapevo che non avrebbe potuto terminare quella frase. Era troppo credere davvero a un colorato lieto fine.
“Zòccola!”, espettorava allora in uno sputo, e passava a un’altra lettera.

Chissà se c’è più tornato di là. A me oggi succede assai di rado, ma un giorno che ho realizzato che la scritta era svanita, non son riuscito a ricordare quando ci avessi fatto caso per l’ultima volta. E anche a lui, magari, sarà capitato così, di stupirsi allora per un dolore che non c’era più. Ma come, quando, perché? Era stato all’improvviso, o a poco a poco? Eppure, a guardar bene, non tutto è poi andato. Qualche parola sul muro ancora ancora si vede. Forse è “pena”, forse è “pazzia”.

Non ​credo che sia “amor”.

Furioso

[Roma, Gennaio 2014]

Una Cosa Che Devi Sapere

Il caffè sa di mozzicone, lo zucchero è aggrumito di stantio. Ci mastico sopra una cosa. Il crampo dello stomaco si acquieta, rassegnato. Come me, quando ancora penso a lei. Ogni giorno, sempre.

Ricordo il giorno che la vidi, fu un tutt’uno capirlo, saperlo. E’ lei. La voglia di esere una cosa sola, respirare attraverso la sua bocca. Il resto divenne poca cosa. A modo suo, credo mi abbia anche amato. “Solo tu lo puoi fare, da te solo lo voglio”. Una che ti dice così non ti ama, forse? L’ho guardata senza capire mentre piano, così come se nulla fosse, aggiungeva lieve: “Uccidimi”.

“Perché?”, “Non t’interessa”. “Come?”, “Lo saprai”. “Quando?”, “Presto. Ce la fai? Dimmelo”. Calo il capo. “Per averti, sì”. E l’ho avuta. Per come si possa mai avere una che vuole farla finita. Poi è scomparsa, ma un giorno, un biglietto, un posto, un ordine “Ora!”

La trovo là, dove vuole farsi trovare. Penso “il nostro posto”. No, non l’abbiamo mai avuto un posto davvero nostro, neppure una nostra canzone. Sarà “nostro” solo questo. Lei muore, io la uccido. Amore e morte. E’ pure banale, lo so. “Fallo, ora”, dice calma. E’ così bella. Non posso.

“Perché io?” Mi guarda senza emozione. Nemmeno delusa. Aspetta. Continuo, disperato. “Ti eccita tanto la morte? Allora uccidimi tu”. Allargo le braccia. Mi punta addosso una pistola, poi la gira verso di sé, ma esita. Le sono addosso. E’ violenta, disperata. Non la lascio, le torco il braccio fino a farla urlare, la sua mano si contrae, il dito cerca il grilletto, urla ancora, aspra, poi mi è sopra, la pistola tra i miei occhi. Scomposta, livida, quasi eccitata. Il sangue in circolo l’arrossa di rabbia. E d’imbarazzo, per la mano che trema.

La blocco, la incalzo, grido. “Mi ami?”. Insisto, più forte. “Mi ami?”. Poi, piano, la sua voce. “Sì” dice. Esita. “No, non so. Sì, sì, sì” Ancora una pausa. “Credo”. Si passa una mano tra i capelli. La stringo, mi stringe. Mi parla: “C’è una cosa che devi sapere” La faccio tacere. “No, non ora, no, domani”.

UCCDS

L’amore, il sonno, il sogno. Vedo un futuro assieme, una casa, un giardino, dei figli, un cane che scodinzola felice. E’ la prima volta.

Mi sveglio che è un altro giorno. Lei non c’è più. Ma era lì, ne sento l’odore nel letto, il calore che ancora lo impregna, essenza effimera, durerà poco. Al suo posto, invece, una disperazione sorda. L’ho persa, per sempre, quasi non ci fosse mai stata. Mi dimenticherà, come si fa con una cosa insignificante. Sento quell’angoscia che sul vuoto ti fa mancare l’aria. E che ti inebria. Sono libero? E’ questo che vuol dire? E a che serve?

All’improvviso, tutto è più chiaro. Come ho fatto a non capire prima? Ora per certo lo so, non posso vivere così. Ha vinto lei. Forse, magari, potrei ancora riuscire a non farmi travolgere dal suo gioco malato, e invece di nuovo la cerco. E la trovo. Non è più tempo di parole, di esitare, di volere un futuro diverso da quello che ho davanti. Ora ho fatto la mia scelta, e la sua.

La stringo. La bacio. La uccido.

[Strasburgo, Marzo 2010]

L’Albero della Vendetta

Me lo ricordo in bianco e nero. Un western di una volta, con un suo ritmo quasi austero, senza forzature, senza troppa violenza. C’erano i cavalli, gl’indiani, una donna, mi pare, e poi un albero che bruciava, verso la fine. Non credo di averlo davvero mai visto per intero. L’avevano dato in tv, una sera, vari anni fa.

Si era in visita a casa di parenti, una di quelle con il televisore sempre acceso pure se poi nessuno veramente lo guardava. Lo tenevano così per compagnia, magari, o per il telegiornale, ma senza farci assai attenzione. C’era gente che andava e veniva, tra una chiacchiera e l’altra, un nuovo giro di scopa, un’apparecchiata di tavola, un altro conoscente in visita, volete un caffè, un’orzata, un nocillo? Si coglieva appena un’eco lontana di quanto succedeva fuori. Una rapina, un attentato in una piazza, un fronte caldo, o forse era l’autunno, una carestia, poveri bambini, il festivàl, la squadra che aveva preso uno nuovo da fuori, e forse era la volta buona.

Monoscopio

Il patriarca di quella famiglia che tutti accoglieva, tra scampanellii e girandole di porte, il vecchio zio, raccontava alle volte di quando era stato volontario. C’era rimasto a lungo sotto le armi. Senza sparare neppure un colpo, ripeteva con orgoglio. L’avevano pure fatto prigioniero, ma poi era tornato, e nei giorni di confusa euforia della milionaria città del dopoguerra, si era fatto una fortuna. L’aveva persa, poi, con gli strozzini, ma alla fine, caparbio e spregiudicato, era riuscito a riacciuffarla, tenendosela stretta, questa volta, fino alla fine.

Si faticava ad immaginarselo magro, irrequieto e spavaldo come quel giovane impettito delle poche foto rimaste. Appesantito dagli anni e dal conforto della tavola, gli occhiali grossi, il tremito via via più incessante delle mani, egli lasciava però trapelare nelle cadenze di una voce profonda, fattasi grave e roca di fumo, quell’orgoglio assertivo e il vigore che ne avevano marcato la vita.

Veniva ora accudito da una ristretta corte di anziane amazzoni. La moglie, piccola, rotonda, instancabile, sempre di corsa dietro mille faccende, una cugina zitella, secca secca, buona, devota, una cognata sempre intenta a stirare che si diceva fosse stata lasciata dal marito, una mezza parente che si era sposata in tarda età. Un piccolo mondo attorno al quale si agitava una corte familiare in perenne, ciarliero, movimento.

Quando l’annunciatrice presentava alla tv il programma della sera, però, tutto si fermava di botto. E così fu anche quella volta. Trasmettiamo ora il film western “L’Albero della Vendetta”. Signore e signori, buona visione.

Il silenzio durò come sempre fino ai primi titoli di testa. Dev’essere un bel film, disse qualcuno. Era il segnale che concludeva il rito. Per indiani e cowboy non ci sarebbe stata allora che qualche occhiata distratta, poiché la casa aveva ricevuto il permesso di rimettersi in moto, le chiacchiere di riprendere, la cena di essere servita, la terra di girare. Del dramma sullo schermo si restava vagamente consapevoli, ma non indifferenti.

La cena era al termine, il film pure. Nel televisore apparve un albero in fiamme e ci fu, inatteso, un nuovo silenzio, grave, teso. Ci sembrò lunghissimo. La zia stette per un attimo immobile a guardare il fuoco bruciare. Poi illuminatasi all’improvviso, come di consapevolezza, disse:

“Eh…, l’albero della vendetta”

Tutti assentirono. E se ne compiacquero. Il mondo era finalmente in ordine. Anche quella serata aveva trovato un suo perché.

BurningTree

(L’albero della Vendetta è un film western del 1959, a colori, diretto da Budd Boetticher, con Randolph Scott, Pernell Roberts, Lee Van Cleef, Karen Steele e James Coburn. Il titolo originale è Ride Lonesome)

[Roma, Dicembre 2013]

Una Storia Futile

Si guardavano così, ormai, soltanto da lontano, accontentandosi degli spiragli che qualche accenno casuale di un ignaro conoscente poteva ogni tanto dischiudere sulla vita dell’uno, o dell’altra. A quelle brevi e impreviste rivelazioni non davano mostra, in pubblico, che di distratta indifferenza.

Eppure, come l’erba selvatica compressa sotto i basoli che si ostina a sfuggirvi tra le crepe della pietra, così l’improvviso farsi strada tra il rumore indistinto delle chiacchiere di un nome, di un fatto, di un posto, li colpiva di un violento tuffo al cuore, di quelli senza pietà, che tolgono il respiro, proprio come in certi romanzetti cuore amore a poco prezzo. E tutto il tempo trascorso lontani, a volersi illudere che la tempesta fosse finalmente placata, tornava a sembrare perduto, senza senso, intollerabile.

Il tempo, quello che rende futile ogni cosa. L’amore, l’odio, l’indifferenza. Futile ciò che li aveva separati. Futile il modo in cui si erano di nuovo cercati, sfuggendosi, ambigui, dicendo che no, basta, non poteva continuare, non doveva, però mi manchi, però no. Futile l’essersi ancora persi.

Avevano scavato un mare tra di loro. E questo portava a riva detriti, qualche alga, un vetro luccicante. Le sue onde erano crespe e incerte, eppure ad esse alle volte affidavano anche messaggi in bottiglia, richiami oscuri per chiunque, non per loro.

O così speravano. Il grido che lascio alla corrente ti raggiungerà mai? Saprai capirlo? E ti dirà ciò che vorresti ti dicessi? Domande senza risposta, Perse nel suono della risacca.

Piaceva loro anche immaginare che un giorno si sarebbero incontrati per caso, all’improvviso, voltato l’angolo, di faccia, senza potersi evitare. Ciao, come stai, quanto tempo, ho pensato a te, lo sai? E poi?

E poi alle volte sospiravano, magari con un po’ di vergogna, ma poca poca, quasi niente, proprio come in quei romanzetti.

Lasciavano al fato di decidere per loro, non riuscendo a decidere per se stessi. E continuavano a guardarsi così, soltanto da lontano.

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[Roma, Giugno 2013]

Risvegli

La strada era bagnata, lucida e deserta …

E’ piovuto per tutta la notte. Mi sono rasato meccanicamente, quasi senza guardarmi. Il vestito, un po’ più comodo, mi strappa un’increspatura sul labbro, quasi un mezzo sorriso. “Ho perso ancora peso”, penso.

La strada era bagnata, lucida e deserta. All’ultima curva, nervosamente, ho accelerato, senza un vero perché, e in quel momento la macchina si è animata di vita propria. Ha preso a danzare sull’asfalto impregnato di pioggia, volteggiando su se stessa. Solo un’altra auto per la via, dall’opposta direzione, veloce. Mi ha appena sfiorato, senza fermarsi, suonando a lungo, stridula. La mia macchina si è finalmente ammansita, accettando che ne riprendessi il controllo. Il battito si è acquetato, la strada si è fermata, ho ripreso il cammino.

In ufficio, i rumori danno corpo ad una lontana inquietudine. Una barca che dalla finestra vedo, in lontananza, lascia una scia di spuma bianca. E’ lunedì.

Questa funzione non è abilitata …

La città si sveglia quasi controvoglia, mentre sgranano i riti mattutini, torpidi. Guido piano, con rassegnata cautela, centellinando la strada.

Fatico, sbuffo, sudo, mi fermo, riprendo, conto. Uno, due, tre, quattro, cinque, fino a venti. Prendo fiato, ricomincio a contare, sudo, mi tendo, sbuffo, fatico, fletto i muscoli, li rilasso, maledico sommessamente, ma implacabilmente, gli anni che scappano, l’afrore acre della palestra, la scarpa di nuovo slacciata. Diciannove … Venti! Fuori!

Seduto, svuotato, stanco. Lo schermo mi fissa muto, i tasti battono da soli. Ding. Questa funzione non è abilitata. Un’immagine giunta di lontano mi fa ridere prima un po’, poi di più. Infine la cancello. Che c’era da ridere?

Fuori, più giù, si allontana un traghetto. Un altro arriva con un fischio di saluto. Giro pagina. Martedì.

Il minuscolo fortino sullo scoglio …

La mano tenta di abbrancare la cornetta per soffocarne il gracchiare. Dall’altro lato il vuoto o, forse, un lontano crepitìo. Click. Nessuno. Il silenzio lontano mi dà una strana euforia. Non piove più. Il mare è addolcito

Una cravatta appena un po’ chiassosa completa un sorriso sfuggito dall’abito scuro, a righe, di linea morbida, consapevolmente démodé, come certi accenti distratti. Il nodo stringe senza intenzione. Le stecchette nel colletto ne costringono giù le punte. Compiacimento.

Il cancello urta sul battente. La sua eco metallica saluta cordiale. Risvegliandosi, il motore si affanna a rispondere al saluto con analoga cordialità. Freccia a destra, via.

Il ponte a quest’ora ancora non geme sotto il peso delle masse, gli acceleratori gridano, il vento frusta i parabrezza. Freno. Casello. Città.

Nell’ascensore, ancora una carezza al nodo, senza darlo a vedere. Bene così. Perfetto. E’ intonato al grigio sbarazzino dei capelli. Sorrido ancora. Consapevole. Senza saper bene di che.

In ufficio non mi rifugio subito in poltrona; mi avvicino invece alla vetrata. Non lo faccio mai. Il minuscolo fortino sullo scoglio non si è mosso di là, indifferente, non si ritrae alle onde. Un barcone ne lambisce un fianco. Già mercoledì.

Due gocce di profumo da donna. Questo sì …

Bi bi bi bi bip. Bi bi bi bi bip. 04.35. Ripeti? Pigio il tasto “sì” e provo a concedermi altri 5 minuti di sonno. Dopo 4, in realtà, sono già in piedi. Dormo poco, male, solo. E’ buio, ancora. E’ diluviato per tutta la notte. Ora pioviggina. Ho sognato dei serpenti. Non so che voglia dire.

Un volto, una frase, un gesto, un sorriso. Chiudo gli occhi, li riapro. Scaccio il ricordo, si va avanti. L’acqua di colonia ha etichetta d’altri tempi. Lo so che la palestra ne corromperà l’aroma. Mi ci accarezzo ugualmente. Più che un vezzo, un’abitudine. Fazzoletto pulito. Due gocce di profumo da donna. Questo sì, un vezzo.

Lento il tragitto dall’uscio all’auto. Indugio, offrendomi alle goccioline. Mi bagno, mi piace, mi scuote. Portiera, chiave, cintura, marcia, freccia, strada. Arrivato.

Subisco il mantra “auariùtudei” di quelli delle pulizie. Sto bene, mento, ma dimentico sempre di dire “endiù?”. Corsa, pesi, stretch, sudore, altra doccia. Ascensore. Non arriva. Plin plon, goinàp. Le porte si aprono e si chiudono. Poi si riaprono. Sono qua.

Striscio la carta. Sssshù. Tack. La porta si sblocca. Entro. Codice, luce, corridoio, Ufficio. E’ il mio posto qui? Mi giro intorno, faccio fatica a ricordare un luogo conosciuto. Al di là della finestra, il mare, l’oceano. Oggi senza navi. I bastimenti non partono più. Oggi? Giovedì.

Nessuno che mi possa sentire. Tantomeno quelli …

Alla radio mi sveglia una vecchia canzone “Apro gli occhi e ti penso …” Accidenti, che occhiaie “… ed ho in mente te …” Eppure non sono andato a letto tardi, anzi. “… Io cammino per le strade … ” Mi sa che dovrei riguardarmi di più “… ed ho in mente te, ed ho in mente te”.

Lo specchio del bagno è cattivo, così a distanza ravvicinata. Sarà anche per questo che radersi è un tormento. Le sopracciglia arruffate forse tradiscono confusioni più profonde dell’anima. Meglio senza occhiali; la realtà si fa più morbida. Se solo alla radio non urlassero “… Ogni mattina, uoh, oh,/ed ogni sera uoh, oh,/ed ogni notte te …”. Camicia, cravatta, bretelle. Tutto in tono, apparentemente. “… Io lavoro più forte,/ma ho in mente te,/ma ho in mente te …”. Giacca, pantaloni, scarpe. Sì, può andare. “… Ogni mattina, uoh, oh,/ed ogni sera uoh, oh,/ed ogni notte te …”. E’ patetico, dico stizzito, e a voce troppo alta. Nessuno che mi possa sentire. Tantomeno quelli che strillano dall’altra parte della radio. Che pretendo? Non mi do ascolto neppure io.

“… Cos’ho nella testa,/cos’ho nelle scarpe, no, non so cos’è …” Non finisce mai, accidenti, pure in autoradio. Non dovevano esserci le news? “… Ho voglia di andare uoh, oh,/di andarmene via uoh, oh/Non voglio pensare ma poi ti penso …” Patetici. Andate a lavorare. Ora spengo. Ma no, è quasi finita. “… Apro gli occhi e ti penso/ed ho in mente te, ed ho in mente te …” Basta, inizia il giornale radio.

Troppo tardi. Si è incastrata dentro, e non mi riesce più di farla andare via. E canticchio, senza sosta, ossessivamente, “ed”, ai pesi “ho”, in ascensore “in”, in ufficio “mente”, alla finestra “te”.

Al di là del vetro, acqua dappertutto. Finalmente venerdì “uoh, oh”.

La macchina lo sente, potrebbe approfittarne, ribellarsi …

Sveglia all’alba, pure oggi. Niente rasoio, crema, pennello. Consueta toletta accurata, jeans, camicia a quadrettoni, gilettino, polacchine. Che carino … Il velo di barba dà quel tocco di vissuto, un che di tenebroso, potrebbe pure piacere. Non piove più. Quanto sole sprecato.

Sosta in città, per far salire un compagno d’avventure, riparto.Ciclisti in branco sulla strada, tocca a loro faticare, ora. Tutine aderenti e colorate, glutei in bella vista, polpacci così, me li lascio nella scia, commiserando. Sosta all’area di servizio, subisco la ciambella al cioccolato rancido, il té di busta con latte sintetico. Lo sapevo. Ci vengo lo stesso. Sono pur sempre riti, da rispettare. L’altro fuma, parla, non ascolto.

Ispezione. Bulloni, circuiti, fasce, carburante, eliche, comandi. Bene. Distacco da terra. Ebbrezza. Apprensione, appena appena. La macchina lo sente, potrebbe approfittarne, ribellarsi, quasi ci riesce. Poi la bolla risale, io dentro, il mondo fuori, lontano, impalpabile, dimenticato. Quando poi tocca scendere. Altro giro, altra corsa. Ritorno in città, “alla prossima”, “ciao”, “ciao”. Solo. Di nuovo.

Passo in ufficio, così, per vedere la posta. Lo schermo rimane vuoto. Qualche nuvola in cielo, traghetti gialli e verdi in acqua, io a terra. Non passa mai, il sabato.

Oggi non mi sveglio …

Oggi non mi sveglio. Attenderò che si consumi, in silenzio, quest’altra domenica.

[Sydney, 2006]

Il Segno Dell’Arte

Era un artista. Un grande artista. Accettava come ineluttabile la venerazione del mondo.

Era il suo destino. E solo per soave convenzione accennava tutt’al più con la mano un vago schermirsi, come a dire “Signori, ma vi prego”, ogni volta che nel deliquio del mondo si giungeva a definirlo “un artista, immenso”.

Da quel realismo figurativo nel quale, pure, negli anni giovanili aveva naturalmente eccelso, il suo creare sulla tela si era via via sempre più rarefatto, nella ricerca di un’essenzialità che sola, nella sua visione poetica, poteva esprimere la pienezza dell’arte.

Il segno si era quindi fatto scrittura, sintesi mirabile, a detta di tutti, di tratto e forma nella quale l’essenza della composizione artistica diventava l’artista stesso. Il suo marchio eletto a Weltanschauung.

Che cos’era infatti l’arte se non il tocco lasciato dall’artista?  Un tocco capace di tramutare la realtà in arte e perciò – ecco l’illuminazione! – arte esso stesso, senza null’altro orpello. Il suo marchio a simboleggiare il superamento di ogni dialettica formale della creazione.

La sua firma si fece così contenuto unico e ossessivo di murales, miniature, tele d’ogni materia, forma e dimensione, oggetti quotidiani, materiale riciclato, pezzi unici o riprodotti quasi all’infinito. Fu quella firma a marcare con forza il passaggio di soglia fra un piano e l’altro dell’esistente, tra l’oscurità del consueto e l’abbagliante verità della rivelazione, tra quel che siamo e ciò che saremo destinati ad essere.

Una rivoluzione, disse la critica.

I galleristi, che ne avevano negli anni assecondato il successo, naturalmente se ne compiacquero.

E quella firma, dapprima elaborata, rotonda e sinuosa, si fece negli anni più rapida, nervosa, con picchi e asperità che poi lo scorrere del tempo avrebbe addolcito fino a sublimarla in una semplice linea, assai lunga per anni – “come la mia vita”, diceva – poi spezzata, le frequenti malattie, e poi ancora sempre più corta, uno sguardo lucido e spietato sul futuro.

Finché, nella sua ultima acclamata vernice, un grandioso e commosso tributo alla sua riconosciuta grandezza, il mondo aveva potuto ammirarne l’ultimo capolavoro, dal titolo di geniale e didascalica semplicità: “Punto”.

Quando il maestro ebbe coscienza di essere giunto alla fine del suo cammino terreno, sentì però che a coronarne il percorso mancava ancora quell’ultima opera che avrebbe concluso idealmente il suo ciclo, tramandandone l’immortalità. Era inquieto per questo, temeva di non farcela in tempo.

Accanto al letto nel quale ormai giaceva aveva quindi voluto una tela, bianca, per fissarvi la sua finale epifania. E quando sentì la vita sfuggirgli, vide finalmente in un lampo ciò che di lui sarebbe rimasto. Tutto ciò che era stato.

Riuscì a sfiorare la tela vuota con le dita, era perfetta così. Il titolo, come una preghiera che sarebbe rimasta inascoltata, lo lasciò in un sussurro ai discepoli, riuniti lì, al suo capezzale:

“A capo”

 

[Roma, Agosto 2012]

Ragazzo, Spazzola!

Se vogliamo parlare di barbieri, quelli anziani, devo dire, li ho sempre preferiti. Sarà che il vecchio maestro di forbici è in genere più cortese del giovane, formatosi com’è ad una diversa scuola di educazione e di rispetto per il cliente, ed avendo assimilato in pieno quella cordialità di un tempo, mai servile, ma bonariamente ossequiosa.

Ne ricordo assai bene tra i tanti, un po’ curvo e assai gentile, uno a due passi da casa. Da piccolo mi faceva sedere sul seggiolone a forma di cavalluccio e, bontà sua, mai mancava di dire a mia madre “ma che bellu piccirillo”, riempendo allora d’orgoglio me, e la giovane mamma.

Ne conobbi poi una coppia. Due garbati gentiluomini i quali, dopo oltre trent’anni di lavoro in comune, e ormai alla vigilia della pensione, continuavano a darsi del “voi”. Un voi caloroso e carico di premura, non freddo e altezzoso come il lei di chi ci ignora, o l’ipocrita tu dello sconosciuto in vena di intimità senza radice.

Ho frequentato anche dei barbieri più giovani. Brava gente, per carità, ma non ho resistito a lungo. Mi mancava quell’atmosfera vissuta del vecchio “salone”, il familiare pettegolìo dai toni lievi, le “reclame” inneggianti a lozioni ormai fuori produzione ed a brillantine tornate più recentemente di moda.

E poi c’è il mio nuovo barbiere. Si tratta, naturalmente, di un vecchio barbiere, più vicino ai novanta che agli ottanta, gagliardo, lucido e sempre aggiornato delle cose del mondo, appassionato del bel canto e delle prime all’opera. Il suo ragazzo di bottega di anni ne ha una settantina e, anche se non ha fatto una sfolgorante carriera, può vantarsi di essere il “primo aiuto barbiere” del negozio. Un secondo, purtroppo, mai c`è stato, e mai ci sarà.

Alle pareti è esibita qualche cartolina non eccessivamente esotica, Vienna, Venezia, Parigi, a testimonianza dell’affetto di un parente, amico o cliente in viaggio di piacere. Da alcuni anni, con un pizzico di affettuosa perfidia, mi diverto a spedirgliene, o a fargliene spedire, dai posti più lontani del mondo, firmandole con nomi di fantasia ed alludendo a chissà quali rapporti di matura consuetudine.

Immagino che si lambicchi il cervello chiedendosi chi mai possa scrivergli da Wellington, Makhachkala o dall’Isola Ferdinanda, ma immagino anche che lo lusinghi non poco ricevere certe misteriose e lontane vedute.

Ogni volta che arriva una nuova cartolina, essa viene sistemata per alcuni giorni in posizione strategica, vicino alla cassa, nella vana speranza che l’ignoto mittente si smascheri da solo lasciandosi scappare un “Ah, vi è arrivata!”

Assisto muto a queste manovre, continuando un gioco di riti uguali e immutabili come quello che consiste nel chiedermi se desidero un taglio alla Umberto a o alla Mascagni e che culmina nell’accordo sul solito taglio corto che faccio da anni. Pago lasciando una mancia alla quale segue, come sempre, “ragazzo, ringrazia il dottore” e l’augurio di rivedersi presto.

[Napoli, 1988]